Home Bacheca Articoli e testi L'11 settembre dieci anni dopo: Sandro Petrone intervista Mauro Carbone

L’11 SETTEMBRE DIECI ANNI DOPO

SANDRO PETRONE INTERVISTA MAURO CARBONE

 

Pubblichiamo di seguito il testo integrale dell’intervista data da Mauro Carbone a Sandro Petrone in vista del Tg2Dossier trasmesso lo scorso 10 settembre e intitolato “Nel segno delle Torri”. 

 

Per il memoriale dell’11 settembre è stato scelto il vuoto, i due laghetti al posto delle fondamenta delle Torri sono definiti “Vuoti gemelli”. Questo vuol dire che gli americani non hanno ancora superato il lutto di massa, l’ablazione, la privazione del loro simbolo di potenza economica e supremazia internazionale? Nei dieci anni celebrano un funerale ancora aperto o consegnano questo avvenimento alla storia?

 

Cominciamo col dire che trovo coraggiosa e rara la scelta del vuoto in una cultura come la nostra che ne ha orrore. Ma vengo alla sua domanda. Io non credo che le due possibilità che lei ha indicato siano davvero in alternativa tra loro, ma penso che in qualche modo convivano nel cuore degli americani. E convivano anche a Ground Zero, che in fondo ospiterà non solo il memorial che ha scelto il vuoto (Reflecting absence), ma anche quella che per molto tempo abbiamo chiamato Freedom tower e che diventerà il grattacielo più alto degli USA, proponendosi come nuovo simbolo di potenza economica e supremazia internazionale.

 

 

C’è stata un’autocensura fortissima sulle immagini di morte…soprattutto quei corpi che volavano dalle finestre. All’epoca dicemmo che della tragedia non si è vista una goccia di sangue. Cosa dice, significa, comunica tutto ciò.

 

Sulle immagini dell’11 settembre si è giocata e si gioca tuttora una partita a mio parere decisiva. I primi a impostarla su quel terreno sono stati ovviamente i terroristi stessi, che hanno progettato il loro attacco alle Torri gemelle proprio in modo da garantirsi delle immagini spettacolari, che potessero e dovessero essere viste in diretta contemporaneamente in tutto il mondo. Era la prima volta che questo accadeva e questo ha fatto dell’11 settembre un evento senza precedenti perché questo evento ha fatto tutt’uno con le sue immagini.

Ora la partita delle immagini si è spostata su altri campi, come quello del museo che aprirà a Ground Zero nel 2012. Sui giornali si è letto che il museo non ospiterà i video del terroristi, ma nemmeno le immagini terribili delle persone che si sono gettate dalle torri in fiamme. Io credo che quest’ultima scelta, se sarà confermata, sarà l’ennesimo atto di una strategia di rimozione, iniziata già l’11 settembre 2001, la cui posta in gioco – chiaramente politica – è: cosa ricordare e cosa no.

Un libro recente ha mostrato che l’86% dei giornali americani ha avuto in prima pagina, nelle edizioni dell’11 e del 12 settembre 2001, le stesse 6 immagini-tipo: 1) esplosione, 2) nube; 3) panico; 4) distruzione; 5) soccorsi; 6) bandiera americana issata dai pompieri a Ground Zero. Dall’attacco all’inizio della riscossa, insomma.1

[Peraltro, la prima e l’ultima di queste immagini-tipo hanno consentito facili collegamenti con due immagini della seconda guerra mondiale che tutti gli americani conoscono bene: quella dell’attacco a Pearl Harbour e quella della bandiera issata dai marines a Iwo Jima, suggerendo il collegamento tra la guerra contro il terrorismo e quella che gli americani considerano la “guerra giusta” per eccellenza. Un collegamento che ne evitava altri, con guerre più recenti combattute dagli americani, come quella del Vietnam.]2

Con la costruzione di questa memoria, altre immagini sembrano in conflitto e allora ecco la tentazione di rimuoverle. E’ appunto il caso di quelle sconvolgenti immagini di persone che si gettavano dalle due torri, prima autocensurate dai giornali accusati di sciacallaggio, poi oggetto di pressioni ufficiali perché non venissero pubblicate. Immagini-tabù. Il romanziere Jay McInerney ha parlato di un “embargo” su quelle immagini, eppure la rivista Esquire nel 2003 sosteneva che le persone morte in quel modo fossero in numero tale da poter parlare di “suicidio di massa”. Domando: può un museo permettersi di non documentare questo? Ma costruire una certa memoria significa costruire un certo oblio e questa è evidentemente una scelta politica.

Perciò, se oggi siamo qui a parlare dell’11 settembre 2001, non è soltanto per “commemorare” quell’evento, ma soprattutto per cercare di mettere in discussione la costruzione di una certa memoria e di un certo oblio. Forse una diversa memoria dell’11 settembre avrebbe consentito di affrontare in modo diverso, per esempio, la questione della moschea che si progetta di costruire a Ground zero, la quale al momento sembra aver ottenuto il via libera, malgrado le fortissime polemiche esplose soprattutto l’anno scorso.

 

La Norvegia ora reagisce diversamente. Dice: non rinunceremo ai nostri valori, non cambieremo il nostro stile di vita…

 

Il discorso del primo ministro norvegese Stoltenberg cinque giorni dopo la strage del 22 luglio scorso – “più tolleranza, più democrazia”, ha invocato – mi sembra la prova che anche negli Usa un’altra risposta sarebbe stata possibile. Del resto l’intervento di Obama a favore della cosiddetta Moschea di Ground Zero, quando non era nemmeno tenuto a farlo e sapeva che così avrebbe perso consenso, andava nella stessa direzione.

 

Quando Bin Laden decise di tirare il tremendo schiaffo sul suolo americano, gli Stati Uniti erano in una situazione particolare…Unica superpotenza superstite dalla guerra fredda, spaccata in due come dimostrarono le presidenziali “sudamericane”, in cerca di un ruolo che rigenerasse la loro supremazia (Bin Laden probabilmente agì prima di diventare la vittima predestinata, come da piani neocons). Qual era lo stato dell’America e quale quello del Mondo dieci anni fa?

 

Dieci anni fa il mondo usciva da un decennio di globalizzazione euforica, simbolicamente iniziato con la dissoluzione dell’Unione Sovietica (1991). Nulla sembrava più ostacolare la circolazione elettronica del denaro e l’affermarsi della democrazia liberale. Si parlava perciò di fine della storia e di fine delle ideologie. E invece proprio nel Paese che più di tutti sembrava incarnare i valori trionfanti furono celebrate elezioni presidenziali appunto “sudamericane”, che rivelarono e accentuarono divisioni verticali e ostilità velenose all’interno degli Stati Uniti, i quali ne uscirono estremamente indeboliti nella propria immagine di sé. L’11 settembre ha ricompattato gli USA nell’emergenza di reagire. Da deboli e divisi a “United we stand”. Ma è stato un ricompattamento che non ha davvero risolto debolezze e divisioni: le ha solo nascoste per dieci anni. Ora di nuovo quelle debolezze e quelle divisioni sono chiaramente emerse con la crisi finanziaria lasciando di nuovo negli americani un senso di frustrazione e di crisi d’identità.

 

E qual è il lo stato del Mondo oggi?

 

Malgrado gli USA mantengano oggi un indiscutibile primato politico-militare, le loro debolezze e divisioni contribuiscono decisamente a spingerci verso un mondo post-americano, per riprendere il titolo di best-seller uscito negli USA nel 2008.3 Solo che quel libro affermava che questo mondo post-americano poteva usufruire della diffusione internazionale della democrazia promossa dagli americani. In realtà lo stato del mondo oggi sembra caratterizzato dalla crescita accelerata di quelle che l’architetto Rem Koolhaas chiama “modernità non occidentali” e vede emergere in Africa, nel mondo arabo e in Asia4. Queste “modernità non occidentali” crescono in un mondo in cui la cultura americana è diventata eredità globale, e in questo senso non risulta più patrimonio strettamente americano. Ma soprattutto crescono favorite da sistemi politici diversi dalle nostre democrazie.5 Noi siamo stati abituati a pensare in termini di legame storico tra democrazia e capitalismo. Invece il capitalismo, un po’ come alle sue origini, oggi dimostra di muoversi meglio senza democrazia.

 

Secondo lei, è corretto dire che Osama Bin Laden aveva già perso la propria battaglia politica quando è stato ucciso? Il suo sogno tardomedievale non ha mobilitato le masse arabe che invece ora sono scese in piazza per cacciare i dittatori creati per arginare il terrorismo per conto occidentale…

 

Questo oggi sembra piuttosto corretto, ma aspettiamo di vedere come evolveranno i Paesi usciti dalla cosiddetta primavera araba. 

 

La sua unica vera vittoria è stata davvero solo quella di inoculare la paura nella vita quotidiana di americani e di una parte del mondo?

 

La prima vittoria di Bin Laden fu che, insieme con le Twin Towers di New York, fece saltare in aria l’edificio di autorappresentazioni occidentali sorto con la globalizzazione degli anni Novanta. Così finì la litania sulla fine delle ideologie e dei conflitti. La figura del terrorista diventò un modello quanto meno comprensibile e non solo nei paesi musulmani (penso a romanzi come Il fondamentalista riluttante di Hamid e Terrorista di John Updike), “vulnerabilità” divenne una parola che cominciò a entrare nel lessico di molte discipline scientifiche per parlare dell’odierna condizione umana. In compenso nessuno sa più cosa voglia dire “comunità” e quindi politica. La morte di Bin Laden non deve permetterci di archiviare questi problemi.

 

La reazione di Bush fu prima di stupore totale, poi lanciò la guerra totale al terrorismo, abbracciando sempre più i principi dei neocons (attacco preventivo, unilateralismo, guerra di civiltà…). Obama sembra aver cambiato strada. Ma il Mondo è davvero migliore di allora?

 

No, perché sono drammaticamente aperti i problemi che ho appena ricordato, e sono aperti in un mondo nel quale i veleni inoculati dall’11 settembre e dalla guerra al terrorismo non smettono di agire.

 

Niente discorsi di politici, domani (11 settembre) a Ground Zero. Solo letture di poesie anche da Bush e Obama, fianco a fianco. Anche questo “silenzio” e di chiusura dell’area praticamente alle sole famiglie delle vittime è come un lutto ancora aperto…

 

In un certo senso, quel lutto non è stato ancora davvero elaborato, perché ne era stata fatta una espropriazione a fini politici immediati. Voglia il cielo che il programma di domani torni a quei timidi tentativi di elaborazione del lutto che sorsero spontanei a New York la sera stessa dell’11 settembre, con i piccoli reliquiari improvvisati davanti alle case, sui davanzali e in ogni luogo pubblico, con la pavimentazione di Union square usata come giornale collettivo per la condivisione del dolore. La posta in gioco attuale è poter ricordare in un modo che non sia deciso da altri.

 

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1 Cfr. C. Chéroux, Diplopie. L’image photographique à l’ère des médias globalisés: essai sur le 11 septembre 2001, Le Point du Jour, Cherbourg-Octeville 2009, pp. 19 sgg.

2 Cfr. ibidem, pp. 60 sgg.

3 Cfr. F. Zakaria, The Post-American World, W.W. Norton & Company, New York 2008.

4 R. Koolhaas, Singapore songlines. Ritratto di una metropoli Potemkin… o trent’anni di tabula rasa, a cura di M. de Robilant, Quodlibet Macerata, 2010, p. 7.

5 Cfr. ibidem, p. 8.

 


 

 

 

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