L’11 SETTEMBRE DIECI ANNI DOPO

SANDRO PETRONE INTERVISTA MAURO CARBONE

 

Pubblichiamo di seguito il testo integrale dell’intervista data da Mauro Carbone a Sandro Petrone in vista del Tg2Dossier trasmesso lo scorso 10 settembre e intitolato “Nel segno delle Torri”. 

 

Per il memoriale dell’11 settembre è stato scelto il vuoto, i due laghetti al posto delle fondamenta delle Torri sono definiti “Vuoti gemelli”. Questo vuol dire che gli americani non hanno ancora superato il lutto di massa, l’ablazione, la privazione del loro simbolo di potenza economica e supremazia internazionale? Nei dieci anni celebrano un funerale ancora aperto o consegnano questo avvenimento alla storia?

 

Cominciamo col dire che trovo coraggiosa e rara la scelta del vuoto in una cultura come la nostra che ne ha orrore. Ma vengo alla sua domanda. Io non credo che le due possibilità che lei ha indicato siano davvero in alternativa tra loro, ma penso che in qualche modo convivano nel cuore degli americani. E convivano anche a Ground Zero, che in fondo ospiterà non solo il memorial che ha scelto il vuoto (Reflecting absence), ma anche quella che per molto tempo abbiamo chiamato Freedom tower e che diventerà il grattacielo più alto degli USA, proponendosi come nuovo simbolo di potenza economica e supremazia internazionale.

 

 

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An Unprecedented Deformation reviewed on
Notre Dame Philosophical
Reviews Website

 

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Mauro Carbone

 

DA ALBERTI A MICROSOFT: SEMPRE ALLA FINESTRA?

 

Lectio magistralis, Mantova, Liceo Scientifico “Martiri di Belfiore”, 23 maggio 2011

 

 

“La parola ‘immagine’ ha una cattiva fama 

perché si è creduto sconsideratamente che un disegno 

fosse un ricalco, una copia, una seconda cosa”1

(Maurice Merleau-Ponty)

 

 

Quand’ero piccolo, abitavo nel centro storico di Mantova, vicino alla Basilica di Sant’Andrea. In quella zona, noi bambini, per giocare a pallone senza essere disturbati dalle auto, ci davamo appuntamento “in piaséta”.  Non mi ci volle molto a notare però, con sorpresa e curiosità, che questa piazza aveva, ufficialmente, un altro nome: quello, altisonante e singolare, di Leon Battista Alberti, “architetto”, come informava l’insegna stradale. Da allora in poi, leggendolo e rileggendolo su quell’insegna, questo nome mi divenne familiare quanto quello di un vicino di casa. Ed è ancora con affettuosa familiarità che mi succede di pronunciarlo, magari davanti a ignari studenti francesi, americani o cinesi, quando mi serve spiegare un certo modo di vedere il mondo che è poi diventato – ed è tuttora considerato – dominante. Dunque lo nomino spesso, quel mio antico e paziente vicino di casa di cui solo molto più tardi ho capito tutta l’importanza, perché lui è stato il primo a formulare questo modo di vedere il mondo nel De Pictura, del 1435, traducendo l’anno dopo, nella versione in volgare di tale trattato, che 

 

“dove io debbo dipingere scrivo uno quadrangolo di retti angoli quanto grande io voglio, el quale reputo essere una finestra aperta per donde io miri quello che quivi sarà dipinto”.2

 

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